Immaginate di candidarvi per un lavoro e di essere scartati non da un umano, ma da un algoritmo che “pensa” che la vostra disabilità vi renda meno produttivi. O di usare un assistente vocale che, semplicemente, non capisce il vostro modo di parlare. Succede già. E succederà di più, se non ci mettiamo in mezzo.Per questo esiste l’European Disability Forum (EDF): la voce di 100 milioni di europei con disabilità, guidata da persone che vivono la disabilità sulla propria pelle. Non un gruppo di esperti distanti, ma famiglie, attivisti, organizzazioni che ogni giorno combattono perché la tecnologia non diventi un’altra barriera.

A ottobre 2025, l’EDF ha aggiornato la sua guida pratica sull’AI Act – la legge europea sull’intelligenza artificiale entrata in vigore ad agosto 2024.  Non è un documento per avvocati. È un manuale di sopravvivenza per chi vuole assicurarsi che l’IA non discrimini, non escluda, non manipoli.

Abbiamo quindi pensato di rendere disponibile in lingua italiana la versione 2 del toolkit “Una legge sull’intelligenza artificiale che includa la disabilità”, una guida pratica per monitorare e influenzare l’attuazione dell’AI Act nei 27 Stati membri.

L’AI Act spiegato semplice

L’AI Act è la prima legge al mondo che guarda all’intelligenza artificiale non come a una magia neutra, ma come a uno strumento il cui impatto dipende da come lo usiamo.

Per questo la divide in categorie di rischio:

  • Ci sono sistemi considerati inaccettabili, come quelli che manipolano le emozioni sul posto di lavoro o che creano un punteggio sociale per giudicare quanto sei affidabile; questi sono semplicemente vietati, salvo rare eccezioni mediche o di sicurezza.
  • Poi vengono i sistemi ad alto rischio, quelli che decidono se ottieni un prestito, un lavoro, un beneficio sociale o l’ammissione all’università: qui le regole sono ferree, con obblighi di accessibilità e test rigorosi contro i pregiudizi.
  • Seguono i sistemi a rischio limitato, come i chatbot o i deepfake, che devono almeno dirti chiaramente che stai interagendo con una macchina. Infine, ci sono le applicazioni innocue, come i filtri antispam o i videogiochi, che non richiedono regolamentazione aggiuntiva.

I limiti di un approccio basato sul rischio

Fin qui tutto bene, ma l’EDF va oltre e denuncia i limiti di questo approccio basato sul rischio. Perché una donna nera con disabilità non è solo disabile: subisce discriminazioni che si intrecciano, razza, genere, disabilità, e l’AI Act non le vede tutte insieme. E poi c’è il danno che si accumula goccia a goccia: un form online inaccessibile, un assistente che non capisce, un algoritmo che ti esclude dal mercato del lavoro; nessuno di questi è classificato come alto rischio, quindi passa inosservato, eppure alla fine ti lascia fuori dalla società. Il problema più grande è che l’accessibilità è obbligatoria solo per i sistemi ad alto rischio. Gli assistenti vocali, i generatori di immagini, i chatbot che usiamo ogni giorno appartengono alla categoria dell’IA per uso generale o a basso rischio, e quindi non devono essere accessibili per legge. Un non vedente che chiede a un modello linguistico di descrivere un’immagine o un dislessico che usa un correttore automatico possono rimanere esclusi, e questo non è un problema legale, almeno non ancora.

Cosa possiamo fare, passo dopo passo

Allora cosa possiamo fare? L’EDF traccia una strada chiara. Dobbiamo parlare con chi decide: ogni paese ha nominato, o nominerà entro novembre 2024, un’autorità per i diritti fondamentali e una di vigilanza del mercato. Chiamiamole, offriamo la nostra esperienza vissuta, perché non servono competenze tecniche, serve la vita reale. A partire da agosto 2026 ci sarà una banca dati pubblica europea con tutti i sistemi ad alto rischio usati nel nostro paese; potremo cercare quale IA decide i benefici di invalidità e, se non è accessibile, segnalarlo. Nel 2025 sono partiti i codici di condotta volontari per l’IA a basso rischio e per uso generale: sediamoci al tavolo, siamo stakeholder a tutti gli effetti. E chiediamo finanziamenti, non solo per sviluppare IA inclusiva, ma per formare le nostre organizzazioni, perché senza capacità non c’è advocacy.

Un esempio di censura per disabilità

Uno studio del 2021 ha mostrato come un filtro anti-odio su una piattaforma sociale bloccasse la parola cieco, considerandola troppo negativa, ma lasciasse passare termini ben più offensivi. Le persone cieche non potevano parlare della loro vita. Questo è il bias in azione, e accade ogni giorno.

Il futuro inizia ora

L’AI Act non è perfetto, ma è uno strumento. E come tutti gli strumenti, funziona solo se lo impugniamo noi. L’EDF ci sta dicendo di non delegare, di partecipare, monitorare, pretendere. Perché l’intelligenza artificiale del futuro non deve essere progettata per noi, ma con noi. L’inclusione non è un optional: è un diritto.

 

 

 

 

 

 

Autore

  • Roberto Scano

    Roberto Scano si occupa di accessibilità dall'inizio del millennio. Per anni W3C Representative per IWA (associazione internazionale dei professionisti web), ha collaborato allo sviluppo delle WCAG dalla versione 2.0 (attualmente è invited expert per lo sviluppo delle WCAG 3.0) e delle ATAG 2.0, curando le traduzioni ufficiali di tutte le versioni. Si occupa anche dello sviluppo della norma tecnica EN 301 549 (come professionista nella task force dedicata dell'ente di normazione europeo) nonché della normativa italiana in materia di accessibilità (è tra i fautori della Legge Stanca e delle varie normative in materia). Autore di numerosi libri e contenuti divulgativi materia, è consulente e formatore nell'ambito della tematica della qualità dei servizi delle P.A. e delle imprese. Presiede la commissione UNI di normazione tecnica dell'accessibilità ICT (e-accessibility) rappresentando quindi l'Italia ai tavoli di normazione tecnica europea. Nel (poco) tempo libero si dedica alla cucina e al cosplay come ghostbuster.